Quando Carlo Cracco ha aperto il suo ristorante in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano nel 2018, le reazioni sono state immediate e divise. Un ristorante stellato nel punto più iconico e trafficato di Milano, con prezzi da fascia alta, in uno spazio storico. Per alcuni era la consacrazione di un percorso, per altri era un rischio calcolato male. Nel tempo è diventato una delle storie più discusse della ristorazione italiana degli ultimi anni.

Carlo Cracco, interno della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, sede del ristorante Cracco
Foto: Dispe via Wikimedia Commons, licenza CC0

Chi è Carlo Cracco

Cracco è uno degli chef italiani con la carriera più lunga nella fascia alta della ristorazione. Ha lavorato con Gualtiero Marchesi, ha avuto un ristorante con due stelle Michelin in via Hugo a Milano per anni. È stato giudice di MasterChef Italia nelle prime stagioni, contribuendo a definire il tono del programma nel mercato italiano.

Il suo stile culinario è riconoscibile: tecnica precisa, ingredienti di qualità selezionati, piatti che rileggono la tradizione italiana con un approccio contemporaneo. Non è uno chef di rottura radicale con la tradizione, ma non è nemmeno un cuoco puramente tradizionale.

L’apertura in Galleria: il ragionamento dietro la scelta

La Galleria Vittorio Emanuele II è il punto più visibile di Milano: milioni di visitatori all’anno, turisti da tutto il mondo, un contesto di lusso storico. Aprire lì significa accedere a un flusso di clientela internazionale che nessuna altra posizione a Milano può offrire nello stesso modo.

Il locale occupa più livelli, include una caffetteria, un bistrot e il ristorante fine dining. La struttura multilivello è una risposta pratica al costo altissimo degli spazi in Galleria: con una sola funzione sarebbe economicamente difficile sostenere i costi fissi.

La logica commerciale è comprensibile. Il rischio è che in un luogo così turistico, la clientela di riferimento per un ristorante fine dining (locale, fidelizzata, disposta a tornare) sia più difficile da costruire rispetto a una posizione meno iconica ma più radicata nel tessuto urbano.

Carlo Cracco al Festival Internazionale del Giornalismo 2014
Foto: International Journalism Festival via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.0

Le critiche al progetto

Le critiche all’apertura in Galleria sono state di diversi tipi. Alcune riguardavano il posizionamento: un ristorante fine dining in una posizione turistica rischia di attirare clienti curiosi ma non necessariamente interessati alla proposta gastronomica più sofisticata. Le aspettative create dall’ambiente (storico, famoso) non sempre corrispondono con quelle create dalla cucina (precisa, contemporanea, con un proprio linguaggio).

Altre critiche erano più dirette: i prezzi del ristorante e del bistrot sono stati percepiti da alcuni come eccessivi rispetto all’esperienza ricevuta. In un contesto come la Galleria, dove il turista medio è abituato a vedere prezzi alti senza un corrispondente di qualità, distinguersi verso l’alto richiede una comunicazione e una coerenza di esecuzione molto precise.

Cosa dice questo della ristorazione stellata italiana

Il progetto di Cracco in Galleria è un caso utile per capire le tensioni che attraversano la ristorazione stellata italiana negli ultimi anni. Da un lato, la pressione a espandere il brand e a raggiungere un pubblico più ampio attraverso format multipli. Dall’altro, il rischio che questa espansione venga percepita come una diluizione della proposta originale.

Uno chef con una stella o due stelle Michelin ha costruito quella reputazione in un contesto specifico, con una clientela specifica. Portare lo stesso nome in un contesto completamente diverso (turistico di massa vs. clientela gastronomica locale) è un’operazione rischiosa che richiede un progetto molto preciso per funzionare.

Cracco in Galleria esiste ancora e continua a essere frequentato. Non è il fallimento che alcuni prevedevano. Ma non è nemmeno il trionfo incondizionato che la posizione farebbe sperare. È un caso intermedio, che vale la pena seguire nel tempo per capire come evolvono i brand gastronomici quando escono dal loro contesto originale.

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Immagine di copertina: Bruno Cordioli via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0.