Il miele di manuka costa anche dieci volte un buon millefiori e sulle etichette promette di tutto: difese immunitarie, stomaco in ordine, pelle più bella. Online lo chiamano il miele miracoloso. La scienza però racconta una storia diversa, e per certi versi più interessante: qualcosa di straordinario c’è davvero, solo che non sta dove la pubblicità ci fa guardare.

Vediamo cosa è dimostrato, cosa è ancora un’ipotesi e cosa conviene sapere prima di spendere 40 euro per un barattolo.

Da dove viene il miele di manuka

Arbusti di manuka in fiore in Nuova Zelanda
Foto: Tomas Sobek via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Il miele di manuka nasce dal nettare della Leptospermum scoparium, un arbusto originario della Nuova Zelanda e di alcune zone costiere dell’Australia. Le api lo trovano solo per poche settimane l’anno, quando la pianta fiorisce, e spesso in zone remote e difficili da raggiungere. Già questo spiega una parte del prezzo: la produzione è piccola, stagionale e concentrata in un solo Paese.

Al gusto è molto diverso dai mieli che conosciamo in Sicilia. È scuro, denso, quasi gelatinoso, con un sapore intenso, leggermente amaro e con note erbacee. Non è il miele che metti nel tè senza pensarci.

Il segreto del miele di manuka è una molecola: il metilgliossale

Tutti i mieli hanno una certa attività antibatterica. In gran parte dipende dal perossido di idrogeno, la comune acqua ossigenata, che si forma grazie a un enzima portato dalle api. È un effetto reale ma fragile: il calore, la luce e alcuni enzimi presenti nei tessuti lo riducono molto.

Il miele di manuka ha qualcosa in più. Già negli anni ottanta il biochimico Peter Molan, all’Università di Waikato in Nuova Zelanda, aveva notato che conservava la sua attività antibatterica anche quando il perossido veniva eliminato. Nel 2008 due gruppi di ricerca, uno in Germania e uno in Nuova Zelanda, hanno identificato il responsabile principale: il metilgliossale, abbreviato MGO.

Il dettaglio più curioso è che nel nettare il metilgliossale quasi non c’è. Il fiore di manuka produce un’altra sostanza, il diidrossiacetone, che durante la maturazione e la conservazione del miele si trasforma lentamente in MGO. Il meccanismo è descritto in uno studio pubblicato su Carbohydrate Research. Ecco perché lo stesso miele, a distanza di mesi, può avere valori diversi.

UMF e MGO: come leggere l’etichetta del miele di manuka

Barattoli di miele di manuka con indicazione MGO e UMF in etichetta
Foto: Grey Geezer via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Sulle etichette trovi quasi sempre due sigle. MGO indica la quantità di metilgliossale in milligrammi per chilo. UMF (Unique Manuka Factor) è un marchio di qualità neozelandese che tiene conto del metilgliossale e di altri marcatori di autenticità. Le due scale si corrispondono più o meno così:

  • UMF 5+ corrisponde a circa MGO 83
  • UMF 10+ corrisponde a circa MGO 263
  • UMF 15+ corrisponde a circa MGO 514
  • UMF 20+ corrisponde a circa MGO 829

Più il numero è alto, più il miele è attivo e più costa. Il problema è che non tutto quello che si vende come manuka lo è davvero. Secondo diverse stime, sul mercato mondiale circola molto più miele di manuka di quanto la Nuova Zelanda riesca a produrne. Per questo dal 2018 il ministero neozelandese delle industrie primarie usa una definizione scientifica ufficiale, basata su quattro marcatori chimici e sul DNA della pianta.

In pratica, se decidi di comprarlo, cerca un valore UMF o MGO dichiarato, l’origine neozelandese e, quando possibile, il confezionamento nel Paese di produzione. Le diciture generiche come “attivo” o “bio attivo” senza numeri dicono poco.

Dove la scienza conferma: le ferite e le ustioni

Qui il miele di manuka ha le prove più solide. Una revisione Cochrane del 2015 ha analizzato 26 studi clinici su oltre 3.000 pazienti: per le ustioni a spessore parziale il miele ha portato a una guarigione più rapida di 4 o 5 giorni rispetto alle medicazioni tradizionali, con prove di qualità alta. Risultati positivi anche per le ferite chirurgiche infette, con prove di qualità moderata. Per ulcere e piaghe da decubito, invece, i dati sono ancora troppo deboli.

C’è però una distinzione fondamentale. In ospedale si usa miele di grado medico, sterilizzato e lavorato come un dispositivo sanitario, non il barattolo comprato al supermercato. Spalmare miele da cucina su una ferita non è la stessa cosa e non è consigliabile senza il parere di un medico. In laboratorio il manuka si è dimostrato efficace anche contro batteri resistenti agli antibiotici come lo stafilococco MRSA, ma quello che funziona in una piastra non funziona automaticamente nel corpo umano.

Dove la scienza è più prudente: mangiarlo

Ed eccoci al punto che interessa di più a chi lo compra. Le promesse sul sistema immunitario, sull’intestino o sull’Helicobacter pylori si basano soprattutto su studi di laboratorio, non su sperimentazioni cliniche convincenti. Esperimenti che simulano la digestione hanno anche osservato che una parte consistente del metilgliossale si degrada già nel passaggio tra stomaco e intestino, come riporta uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry.

Per la tosse dei bambini il miele funziona discretamente, ma vale per il miele in generale: una revisione Cochrane del 2018 indica che può alleviare i sintomi meglio del placebo, senza che il manuka abbia dimostrato vantaggi specifici.

Poi ci sono i limiti che valgono per qualunque miele:

  • è composto per circa l’80% da zuccheri e apporta intorno alle 300 kcal per 100 grammi, come un millefiori
  • non va dato ai bambini sotto i 12 mesi, per il rischio di botulismo infantile
  • chi ha il diabete deve considerarlo uno zucchero a tutti gli effetti

Allora il miele di manuka vale quello che costa?

Dipende da cosa cerchi. Come alimento è un miele particolare, con un carattere forte che merita di essere assaggiato almeno una volta. Come rimedio da mangiare per stare meglio, le prove oggi non giustificano il prezzo. Il suo vero campo di eccellenza è la medicazione delle ferite, dove però si usano prodotti medici specifici.

Vale la pena ricordarlo anche da questa parte del mondo: in Sicilia abbiamo mieli di timo ibleo, di zagara, di castagno dell’Etna, di sulla, che hanno anch’essi una loro attività antibatterica e una storia da raccontare, a una frazione del prezzo. Se ti interessa capire cosa succede davvero agli alimenti a livello chimico, ne ho parlato anche nell’articolo sulla chimica in cucina.

Il manuka, in fondo, è anche un caso di comunicazione riuscita: un prodotto che si vende a quel prezzo vende prima di tutto un racconto e un’immagine. È lo stesso lavoro che serve ai produttori siciliani per far conoscere i loro mieli. Se produci o vendi miele e vuoi raccontarlo con le immagini giuste, scrivimi.

Questo articolo ha uno scopo divulgativo e non sostituisce il parere di un medico. Immagine di copertina: Pseudopanax at English Wikipedia via Wikimedia Commons, Public domain.